Il controllore, l’opportunista e il sognatore

Il controllore, e’colui che invece di metterre le proprie competenze ( ammesso che le abbia) per migliore un servizio o portare avanti un lavoro iniziato da chi lo ha preceduto ha come unico scopo quello di dimostrare che chi c’era prima ha sbagliato, e lo ha fatto consapevolmente. Lo deve dimostrare a priori!!! Deve dimostrare che le cose con lui  cambieranno, andranno sicuramente meglio, un bel colpo di bianco!

Certo e’piu facile passare in rassegna tutto il lavoro di chi ci ha preceduto, pitttosto che produrre, avere idee e inizative, prendendosi il rischio del risultato finale.
Il problema nasce quando anche dopo tanti controlli, si ci ritrova con un pugno di mosche in mano.
Non e’ facile fare marcia indietro e ammettere che forse chi c’era prima cosi tanti sbagli non li ha fatti, e forse non era neanche cosi disonesto, ma invece ha lavorato con impegno e coscienza e forse e’ anche stato bravo! ( più bravo del controllore?)

Dopo i controllore arriva l’opportunista, colui che e’ stato al fianco del sognatore in tante battaglie (non dei fiori…) ma purtroppo il sognatore non ha mai capito che la sua lealtà finiva dove iniziava l’ interesse personale.
E giusto pensare sempre prima a noi  stessi? Anche se questo andrà a discapito di persone con cui abbiamo condiviso tante cose, persone che si fidano e credono in  noi? La risposta e’ “no”, ma pesso e volentieri  diventa un “si “seguito da un mare di giustificazioni.
Purtroppo lealtà e il rispetto sono  qualità rare nelle persone, e non e una questione generazionale, non sono i “giovani d’ oggi“, sono anche tanti “giovani di ieri“, che probabilmente non hanno ancora capito quali siano i valori veri, che non sempre coincidono con benefici, ai propri interessi.
Non  e facile riuscire a capire quando si ha davanti una persona sincera e leale o quando un semplice opportunista, che come si suol dire orienta la vela al cambiare del vento.
Ed e’ anche facile trasformare le parole lealtà e rispetto, in parole che non hanno nulla a che fare, come omertà, condizionamento.

Infine abbiamo il sognatore, colui che crede ancora nella genuinita dei rapporti personali, colui che non tradirebbe un’ amico per nessun motivo, tantomeno per convenienza personale, il sognatore non si fa trascinare dall’onda, e soprattutto e sempre leale, purtroppo anche nei confronti degli opportunisti.
Ed é quello che alla fine dei giochi forse ne esce con le delusioni maggiori, ma sicuramente anche con una dignità maggiore!
Si potrebbe proporre un altro sondaggio:
Nella vita hai incontrato piu:
– controllori
-opportunisti
– sognatori
05 luglio 2013 – live311212

5 pensieri su “Il controllore, l’opportunista e il sognatore

  1. Lo scrivente o la scrivente, si metta pure il cuore in pace. Nella società neoliberista gli opportunisti diventeranno la nuova classe dominante. Nel 1962 Milton Friedman (premio Nobel per l’economia, e nuovo profeta del neoliberismo) asseriva che l’unico dovere morale del management delle società era ” massimizzare gli utili degli azionisti”. Un vincente, nella nostra società, deve sfruttare tutte le opportunità che gli si presentano, e se per caso non si presentassero, se le può creare, ad esempio, esercitando un controllo mirato, se possibile senza nessun contraddittorio. Margaret Thacher esaltava “il sano egoismo che incentiva lo sviluppo economico” e su queste basi si è formata la nuova filosofia neoliberista. Macchiavelli asseriva che “il fine giustifica i mezzi”, i neo liberisti asseriscono “che il profitto santifica i mezzi”. Il profitto è sempre inteso come profitto personale. Nessuno lotta per arricchire l’amico o il vicino di casa, profitto inteso come “sano egoismo”

    M. Proust

  2. Sempre attento e stimolante il nostro lettore M. Proust. Complimenti per l’analisi provocatoria ma nel contempo realistica. Mi viene però da focalizzare l’importanza “del contesto” in cui essa si colloca. Se la massimizzazione degli utili può (deve) essere l’unico dovere morale del management, in un contesto imprenditoriale, il massimo profitto personale in un contesto diverso, ad esempio all’interno della gestione della cosa pubblica, quale deve essere? Non credo possa essere massimizzare la propria carriera mentendo, seppure opportunamente, ma dovrebbe essere massimizzare il benessere pubblico. La Thacher esaltava l’egoismo, è vero, ma quello sano capace di incentivare lo sviluppo economico e non l’egoismo malato capace di sviluppare solo il proprio “io”, a danno della comunità.
    Il “sano egoismo”, il sentirsi bravi e capaci, persino l’autocelebrazione di se stessi, può essere il legittimo mezzo per appagare il buon amministratore pubblico dagli sforzi fatti, per un fine però nobile: migliorare la vivibilità della città amministrata, servire gli altri.
    Marco Prestileo
    P.S. Caro Proust, la redazione sarebbe lieta di ricevere da te qualche tuo articolo da pubblicare, oltre i tuoi sempre preziosi commenti. Mandaceli per email, grazie anticipatamente.

    • SUL DESTINO DEI PUBBLICI AMMINISTRATORI

      Concordo pienamente con Marco. L’amministratore pubblico ricopre un ruolo completamente diverso. Egli antepone gli interessi della comunità ai propri. Il suo impegno è rivolto al bene pubblico, la sua attività viene continuamente sottoposta a giudizio dalla popolazione che lo ha o non lo ha votato; deve mediare sui diversi interessi, a volte contrastanti, delle varie categorie di cittadini. Un vero e proprio sacrificio che presto tutta la popolazione dimenticherà. Del pubblico amministratore verranno solo ricordati; eventuali errori, tutto quello che ha promesso e non è riuscito a mantenere, eventuali debiti lasciati in eredità al suo successore, poi lentamente, piano, piano, tutto cadrà nell’oblio.
      M.Proust
      Questa è la risposta alla tua graditissima osservazione. Per un eventuale articolo dovrò meditarlo a lungo. Detesto scrivere banalità.

  3. Barnard scrive un pezzo interessantissimo (almeno quanto i miei articoli) che può essere applicato a tutti i tipi di organizzazione: per Barnard l’organizzazione (privata o pubblica) ha un proprio fine che è necessariamente diverso dai fini dei singoli partecipanti l’organizzazione. Barnard inizia il suo affascinante libro raccontando una parabola: un uomo sta facendo un viaggio di affari. Ad un certo punto, la sua strada è sbarrata da un masso. Prova a spingere ma è inutile, da solo non riesce. Nel frattempo arriva un turista, anche lui si deve fermare di fronte al masso. I due spingono insieme ma niente, non c’è verso. Arrivano 3, 4, 10 persone, tutte con obiettivi diversi. Si organizzano e, insieme, coordinati, riescono a spostare il masso. L’organizzazione aveva come fine lo spostamento del masso, i singoli individui avevano fini completamente diversi. Barnard conclude il suo meraviglioso libro “scoprendo” che pur non essendo possibile ricondurre i fini personali di tutti i partecipanti al fine dell’organizzazione, l’organizzazione vincente è quella che si pone degli obiettivi, coordina i partecipanti e raggiunge i propri fini (e quelli dei partecipanti). Un Comune (o un’organizzazione) che non riesca a fare questo, è destinata al fallimento. Qualche anno più tardi, Baumol, scopre che i manager non hanno in testa la massimizzazione del profitto quanto l’incremento del fatturato e degli investimenti. Il profitto è il loro mezzo di sopravvivenza, cioè quel “pedaggio” che devono pagare agli azionisti (alla proprietà) per non essere cacciati. Scopre, di fatto, l’egoismo dei manager (pubblici e privati). Il fine del singolo prevale sul fine dell’organizzazione che, di fatto, muore. O meglio. Nel settore privato, l’organizzazione fallisce e muore, nel pubblico l’organizzazione spreca risorse immense e sopravvive (sino a che non crolla tutto….). Il problema sta quindi, secondo me, nel coordinamento, non nel manager pubblico che, alla fin fine, fa quello che la natura gli suggerisce.

  4. Quanto a Friedman… mi sono appena ricordato che ho lasciato la mai copia negli uffici di Civitas… Chissà che prima o poi possa riprendermelo… Va detto ke non mi manca: una volta salvato il Manifesto, Principles of Scientific Management e il Mein Kampf posso considerarmi soddisfatto…

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